Estate in campagna

giugno 14th, 2016

Quando ero bambino, trascorrevo l’estate da mia nonna Margherita, in campagna, nella frazione Borbore del comune di Vezza d’Alba in provincia di Cuneo.

 

Erano estati di grande libertà, lontano dalla città, dalla scuola, dai genitori, a piedi nudi nei prati ma anche per le strade del paesino.

 

Assorbivo come una spugna il dialetto locale, così diverso da quello di Torino, che pure era lontana soltanto 80 Km.

 

Le vocali venivano pronunciate molto larghe e quando i miei genitori a fine estate tornavano a riprendermi, non potevano trattenere il riso quando mi sentivano parlare.

 

La mia nonna era rimasta vedova abbastanza presto ed aveva anche perso a causa dei debiti, la grande fattoria che aveva.

 

Si era ridotta a vivere in due stanzette in affitto, ma questo per me bambino non era un problema perché ero sempre fuori casa.

 

Ero tuttavia affezionato alla mia nonna, donna pratica e risoluta, che mi apprezzava per i tanti servizi che svolgevo per lei.

 

L’inizio delle sue frasi era spesso “Vame piè” (vammi a prendere).

 

Una volta era l’acqua al pozzo, un’altra le “buse” (escrementi animali) da raccogliere in strada per poi concimare i vasi di fiori (molto apprezzati gli escrementi di cavallo), altre volte semplici acquisti ai due negozi del paese (con la raccomandazione di non farmi vedere col pacchetto dal negozio concorrente).

 

Ma il mio compito preferito era andare a grattare la collina dietro casa per ricavarne sabbia per la pulizia delle pentole.

 

Dovete sapere che le colline delle Langhe sono per la maggior parte sabbiose e questo è il terreno ideale per lo sviluppo dei vigneti.

Questa sabbia si è formata nella notte dei tempi quando questo lembo di pianura padana era sommerso dal mare.

 

Infatti grande era la mia soddisfazione quando compariva tra la sabbia qualche antica conchiglia.

 

Ma naturalmente amavo anche trascorrere il tempo con i coetanei.

 

I bambini “indigeni” spesso canzonavano chi veniva da fuori ed a questo proposito, ricordo ancora questa filastrocca: “Turineis dal cu d’ampeis, dal gambe ad tola, oh al me turineis ca vola” (Torinese dal sedere di piombo, dalle gambe di latta, oh il mio torinese che vola).

 

Quella filastrocca era una sfida sulla forza e veniva da me raccolta ma, prima che degenerasse, veniva in soccorso il mio grande cugino “Tonio” (che ovviamente stava per Antonio).

 

Pian piano mi sono fatto in seguito apprezzare per la mia grande capacità di adattamento ai costumi locali.

 

Certo era il tempo dei giochi e, come spesso succede, si imitavano i “grandi”.

 

Erano i primi anni cinquanta del secolo scorso.

Cominciavano a comparire sulla strada provinciale, lo “stradone” che lambiva la frazione, i primi camion che con mio cugino Tonio, ammiravamo dall’alto della collina.

 

Poi simulavamo di trasportare delle merci con panche di legno abbinate come la motrice ed il rimorchio, caricate di oggetti vari con noi in testa alla panca con un sottovaso rotondo in mano a simulare il volante.

 

Rumoreggiavamo con la bocca e fingevamo di superarci per arrivare presto alla meta che poi era Torino, la città da cui provenivo, ma che a Tonio, che era sempre rimasto in paese, appariva lontanissima.

 

Infatti mi chiedeva dei tram, della Mole Antonelliana, della Fiat ecc.

 

Ero però anche attratto dal lavoro con gli adulti.

 

Infatti in campagna, da quelle parti, lavoravano tutti senza distinzione di sesso ed età.

Ricordo quanto ero fiero poi di portare alla nonna alcuni prodotti dei campi con cui i vicini mi ricompensavano per il lavoro svolto.

 

L’estate è la stagione in cui matura l’alimento base e simbolo stesso della sopravvivenza e cioè il grano.

 

I campi di grano avevano il colore dell’oro ed erano costellati dal rosso dei fiori di papavero.

 

Quando giungeva il tempo della mietitura, gli uomini armati di grandi falci formavano delle file che avanzavano ordinate nel campo con dietro le donne che riunivano le spighe falciate in covoni.

 

A noi bambini era affidato il compito di rastrellare le spighe rimaste sul terreno.

 

Faceva caldo e si faticava, ma si faceva sempre qualche pausa per la colazione o la merenda all’ombra dei gelsi o delle acacie.

 

Era una gioia poi tornare a casa a sera sdraiati sui covoni accatastati sul carro che lentamente procedeva trainato dai buoi!

 

Lassù a fine giornata si potevano persino vedere le prime stelle.

 

Era un mondo corale in cui sembrava che una armonia superiore facesse muovere tutti nella stessa direzione, i bambini, i vecchi, le donne, gli uomini , i buoi, le stagioni e persino le stelle.

 

Poi il coronamento di tutto per me era la trebbiatura.

 

Sull’aia della grande fattoria che un tempo era della nonna, la macchina trebbiatrice inghiottiva i covoni formando nuvole di polvere e sfornava chicchi di grano e balle di paglia.

 

Anche qui i compiti erano ben divisi: gli uomini caricavano i covoni e smistavano i sacchi di grano e le balle di paglia, e noi bambini piegavamo, con degli attrezzi particolari, le estremità di lunghi tondini di ferro che poi gli uomini dovevano inserire nella trebbiatrice per serrare strettamente le balle di paglia.

 

Intanto le donne preparavano il grande pranzo a cui eravamo ammessi anche noi bambini.

 

Si mangiavano cose speciali!

 

Per noi era un piacere ma anche un grande orgoglio essere apprezzati per il buon lavoro fatto.

 

Con la trebbiatrice, che veniva noleggiata, viaggiavano anche dei lavoranti provenienti dal circondario e che non conoscevo.

 

Erano allegri e riportavano molte notizie della zona, infarcendole forse anche di cose inventate ma divertenti.

 

Questo “andare dietro alla macchina” come facevano questi lavoranti, era una cosa che avrei voluto fare anch’io quando fossi diventato un po’ più grandicello.

 

Era un lavoro che procurava il pane a chi lo faceva ma anche a chi lo riceveva.

Ma per me allora era soprattutto “il sapore dell’avventura”.

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Io amo il futuro

marzo 11th, 2016

Io amo il futuro. Forse come diceva Leopardi, è perché non lo conosco.

 

In più mi piace perché a differenza del passato, è possibile cambiarlo.

 

Certo il declino fisico legato all’età impone delle limitazioni, ma il pensiero può godere dell’accumularsi delle esperienze.

 

Tutto questo sapere permette di scegliere fra le molte innovazioni, quelle a me più congeniali e vivere meglio, almeno nello spirito.

 

Il fisico è l’involucro e potrà anche degradarsi, basta che il cervello funzioni.

 

Quello di Rita Levi Montalcini ha superato i cento anni, come traguardo a me basterebbe.

 

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La carrozza di Cenerentola

marzo 11th, 2016

Io sono una carrozza magica. Nulla a che fare con quelle che scarrozzano i nullafacenti nobili affaticando inutilmente i cavalli. E nemmeno con quelle carrozze tutte nere con cavalli pure neri che accompagnano questi inutili nobili nell’ultimo viaggio.

 

Io sono magica perché creata da una fata che ha trasformato una semplice zucca in una carrozza splendida di ori e stucchi ed animali comuni in eleganti e bianchi destrieri, impettiti cocchieri ed ossequiosi valletti.

 

Sono magica perché non ospito ricchi annoiati ma una fanciulla bellissima umiliata dalla matrigna e dalle sorellastre.

 

Ho aiutato questa fanciulla gentile e laboriosa defraudata delle sue prerogative a trovare l’amore.

 

Il Principe l’ha saputa apprezzare quando ha ballato con lei, e dopo la sua fuga a mezzanotte, cessato l’incantesimo è riuscito a farla ritrovare fra tutte le fanciulle del regno, grazie alla scarpetta perduta che solo a Cenerentola calzava perfettamente.

 

Io sono solo una carrozza, anzi di solito soltanto una zucca, ma sono orgogliosa di aver contribuito a riparare ad una ingiustizia, e se qualcuno non crede alle magie ed alle illusioni, dovrebbe almeno prestare più attenzione alle proprie speranze ed ai propri sogni.

 

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Una sarta ed uno stagnino nel bosco

marzo 11th, 2016

STAGNINO

“Oh signora, anche lei qui nel bosco?”

SARTA

“Si cerco qualche mirtillo, per portarlo ai miei figli.”

STAGNINO

“Io invece cerco funghi. Ma, soprattutto voglio respirare un po’ di aria pura dopo tanto lavoro sui metalli.”

SARTA

“Eh, si, anch’io. Lavorando la stoffa mi consumo gli occhi. Con tutto questo verde mi rilasso.”

STAGNINO

“Siamo fortunati ad avere questo bosco vicino, io non ho figli e questi alberi li conosco uno ad uno.”

SARTA

“Eh, i figli danno preoccupazioni! E non ubbidiscono mentre gli alberi non si muovono e non parlano.”

STAGNINO

“E’ vero. Quando sono solo nel bosco parlo con gli alberi, ma non mi rispondono mai.”

SARTA

“Meglio nessuna risposta che cattive risposte.”

STAGNINO

“Sì ma la solitudine è brutta. Io spero sempre di trovare buona compagnia come con lei adesso.”

SARTA

“Sì anche a me fa piacere incontrarla. Da quando sono rimasta vedova, mi sono un po’ rinchiusa in me stessa.”

STAGNINO

“Allora cerchiamo di rivederci. Tutto può cambiare se lo vogliamo.”

SARTA

“Una sarta ed uno stagnino, possiamo fare le SS.”

STAGNINO

“No, no possiamo fare la coppia più bella del mondo.”

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Il mio sogno strozzato di bimbo

marzo 11th, 2016

Il mio sogno strozzato di bimbo era quello di partire per l’Australia, infatti già sul mappamondo l’avevo individuata!

 

Una grande isola lontana, in gran parte disabitata, un paesaggio vario, climi diversi, insomma un continente.

 

Crescendo ne ho conosciuto meglio la storia: quella antica degli aborigeni e quella degli scopritori e conquistatori britannici.

 

Purtroppo la conquista è avvenuta anche con il massacro di molti aborigeni, un po’ come è avvenuto negli USA nei confronti dei pellerossa.

 

Poi però la cultura aborigena è stata rivalutata ed i nativi australiani sono stati pian piano integrati.

 

Già quand’ero ragazzo l’Australia mi appariva un paese moderno e civile, ma varie vicende personali mi hanno impedito di realizzare questo sogno giovanile.

 

Ho sempre continuato però a seguire con interesse le vicende australiane e considero quel continente quasi come una seconda patria.

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Fuori dai binari, il segreto della felicità

marzo 11th, 2016

Riccardo è un tecnico RAI ed i primi due mesi dell’anno, da molti anni, li trascorre a Sanremo per preparare le riprese del Festival lasciando sola la moglie Luisa, lui è un veterano, ma quest’anno, proprio oggi che è il giorno della finale, si sente distrutto.

Ha trascorso una notte insonne ed alle prime luci dell’alba esce per Sanremo come raramente gli succede e si avvia a piedi lungo la pista ciclabile.

Passa in mezzo a ville antiche e nuovi condomini, bei giardini e scorci di paesaggio marino, ma Riccardo non vede niente e quasi non distingue i tratti in galleria da quelli all’aperto.

Questa pista ciclabile da alcuni anni ha preso il posto della vecchia ferrovia che Riccardo ricorda bene, anzi il treno potrebbe essere il suo simbolo.

Quello che ha sempre voluto è una vita ordinata che abbia una chiara direzione, che scorra su binari sicuri e si svolga con tappe certe.

Ama Il suo lavoro di tecnico RAI che gli garantisce un posto stabile e sicuro.

Da quando ha iniziato, gli strumenti tecnici sono cambiati ma lui si è tenuto sempre aggiornato.

Gli strumenti gli piacciono perché si possono regolare con precisione mentre le persone sono, a suo avviso inaffidabili e lui attraverso le riprese televisive ne ha viste molte.

Solo Luisa che ha conosciuto quando frequentava le scuole elementari e che abitava vicino a lui a Torino, è riuscita a ispirargli fiducia.

A lei si è aggrappato ed il matrimonio è stato precoce, ma con l’approvazione dei rispettivi genitori non appena Riccardo ha avuto il posto in RAI.

Era la vita che sognava, tornare a casa e trovare la cena pronta e la casa in ordine, una moglie gentile e premurosa e poi dei figli sani e vivaci.

Ha lavorato sodo per non fare mancare nulla alla sua famiglia ed essa gli è sembrata un nuovo strumento che doveva far funzionare bene.

I figli hanno avuto successo, Anselmo è un brillante tecnico informatico e lavora in California, mentre Silvia è Ufficiale di Marina.

Fino a ieri sera anche lui pensava di aver avuto successo come padre ed anche come marito, ma quella risposta imprevista alla sua chiamata quotidiana al cellulare di Luisa, lo ha messo in subbuglio.

Riccardo non è geloso e tantomeno passionale, e sentire per pochi secondi quella voce maschile al cellulare della moglie gli aveva istintivamente fatto pensare ad un rapimento.

Poi, chiamato il portiere dell’albergo di Courmayeur, aveva avuto la conferma che la moglie era in camera.

Qualche volta Riccardo era andato a Courmayeur, ma egli non amava né il mare né la montagna, la sua preferenza sarebbe stata non muoversi mai di casa, nemmeno d’estate.

La sua vita ordinata viene sconvolta da quei pochi secondi al cellulare, capisce che l’unica persona di cui ha fiducia lo sta tradendo, ma Riccardo forse non è capace di amare ma nemmeno di odiare.

Con questi pensieri arriva infine ad una spiaggia dove in gioventù si tuffava nel mare ancora gelido di febbraio.

Pensa a quanti anni sono passati e ricorda come i primi anni Luisa gli chiedesse qualche notizia sui retroscena del Festival che lei seguiva avidamente in televisione.

Riccardo rispondeva evasivo e svogliato. Poi anno dopo anno queste richieste erano diminuite fino a cessare.

DOVEVA RICONQUISTARLA!

Come una furia Riccardo ritornò sui suoi passi e si recò senza appuntamento dal suo capo in un ufficio RAI situato al Palafiori.

“Giorgio non ti ho mai chiesto niente, mentre i miei colleghi ti hanno chiesto biglietti del Festival per amici, amanti e parenti fino al terzo grado”.

“Voglio un biglietto per questa sera in prima fila e centrale, è per mia moglie, pago qualsiasi cifra” urlò d’un fiato Riccardo.

Giorgio Ferrero, quasi sobbalzò sulla poltrona manageriale, poi sorrise e gli rispose: “La prima fila è riservata a dirigenti RAI e politici, però sei fortunato, proprio questa mattina hanno arrestato per corruzione un ministro ligure che qui è sempre stato di casa, tu sei un bravo tecnico. Il posto per tua moglie c’è, offre la ditta”.    Riccardo raggiante abbracciò il suo capo e scattò fuori dall’ufficio.

Chiamò subito Luisa e le comunicò la notizia. Poi chiamò dal computer con Skype anche i suoi figli ai quali disse: “Guardate la mamma in TV, sarà in prima fila e cercherò d’inquadrarla il più possibile”.

I figli furono sorpresi, ma la sorpresa di Luisa dopo tanti anni era enorme ed inoltre capiva che ciò rappresentava per Riccardo più che una uscita dai suoi binari, un vero e proprio deragliamento.

Luisa come fa da tempo, mentre Riccardo lavora a Sanremo, trascorre qualche settimana bianca a Courmayeur.

Questa abitudine, la loro vita è molto abitudinaria, è iniziata quando i figli erano piccoli, per far loro respirare aria buona lontano dallo smog di Torino. A Luisa sarebbe piaciuto andare a Sanremo ma il pediatra aveva consigliato l’aria di montagna per i bambini e lei si era adeguata.

Si era sposata giovanissima ed era subito diventata madre e casalinga ma avrebbe voluto una vita diversa ed invidiava il successo dei suoi figli.

Le settimane bianche a Courmayeur era l’unico diversivo e quando i bambini erano piccoli usufruì spesso di un maestro di sci per le loro lezioni.

Questo maestro si chiamava, anzi si chiama, Jean, e quel suo accento franco-valdostano aggiunge un po’ di esotismo alla vacanza.

I figli già da adolescenti avevano preferito andare a sciare con i coetanei. Silvia era comunque più attratta dal mare.

Luisa ha però continuato ad andare Courmayeur mentre Riccardo era a Sanremo, anche per evadere da una vita diventata troppo grigia.

Un uomo sempre abbronzato ed allegro Jean, che riesce a darle gioia di vivere come ad un fiore qualche goccia d’acqua, anche se le mette paura quando porta i turisti in vetta al Monte Bianco.

Anno dopo anno il loro rapporto si è intensificato ma Luisa non si sente in colpa, pensa di avere diritto ad un po’ di felicità.

La vita di Luisa va avanti su binari come un treno locale con le stazioni programmate ed ora che si avvicina il capolinea si accorge con rammarico di essersi persa delle emozioni, e perché no, dei piaceri di cui molti hanno saputo godere compresi i suoi figli.

Luisa non incolpa suo marito. Per lui vivere come su di un treno è normale, non ama le sorprese, tutto dev’essere programmato e preciso.

Per fortuna ha Jean, anche se lo vede una volta all’anno, questo le basta per sentirsi donna, per sentirsi viva.

Jean ama la montagna, la sposerebbe se fosse donna, perché non ha mai trovato una donna vera che gli desse emozioni così intense come una ascensione sulle rocce ed i ghiacci della sua Val d’Aosta, anche se Jean non è imprudente come certi scalatori della domenica.

Lui vive la montagna come un marito appassionato, la percorre e la penetra non per sfida o per conquista ma per amore.

Le piace Luisa non perché ami la montagna, anzi è una paurosa torinese sedentaria, ma perché le è parsa un aquilotto spaurito, come quelli che qualche volta trova sulle vette, un aquilotto che potrebbe volare alto trovando un amore sincero.

Luisa lasciò Jean dicendo semplicemente: “Torno da mio marito”.

Ai montanari bastano poche parole, infatti Jean l’abbracciò e le sussurrò: “Buona fortuna”.

Luisa prese la Subaru 4 x 4 che aveva scelto Riccardo e con la quale si sentiva sicura ad affrontare le innevate strade valdostane.

Riccardo aveva anche fatto montare pneumatici “quattro stagioni” che ora le consentivano di arrivare al mare di Sanremo senza dover fare fastidiosi cambiamenti.

Riccardo amava proteggerla ma si era spesso imposto senza considerare i suoi desideri.

Ora questo cambiamento la incuriosiva e sperava veramente di poter ritrovare l’amore per lui.

Luisa passò dalla sua casa torinese a cambiare il suo guardaroba e scelse un abito che aveva messo raramente. Un abito rosso con una profonda scollatura che metteva in risalto il suo seno abbondante ma ancora sodo. Andò dalla parrucchiera per sistemare i suoi cappelli riccioluti e poi parti in tempo per arrivare a Sanremo per la serata finale.  Non le fu possibile vedere Riccardo, ma erano d’accordo di trovarsi a fine serata.

Luisa venne accolta quindi in prima fila fra personaggi che guardavano incuriositi la sua insolita e vistosa presenza, ma lei era raggiante e vedeva solo il palco.  Lo spettacolo la emozionò anche se obiettivamente poche canzoni erano di qualità.

Carlo Conti, il presentatore, era molto simpatico e si dava un gran da fare per animare la serata, forse perché anche lui da molti anni mancava da Sanremo.

Quando il concorso canoro terminò, Carlo Conti, preso dall’entusiasmo, si sporse troppo dal palco per salutare il pubblico ed improvvisamente cadde proprio in braccio a Luisa.

Il corpo morbido di Luisa aveva attutito la sua caduta e Carlo Conti rialzandosi, si scusò moltissimo e da vero signore la invitò sul palco e le chiese cosa poteva fare per lei.

Luisa sentì la sua voce rispondere subito: “Mi lasci cantare”

I dirigenti RAI in prima fila si guardarono perplessi, ma Conti domandò incuriosito cosa avrebbe cantato.

Luisa ricordava una canzone cantata da Jula De Palma che aveva destato scandalo nell’Italia bigotta degli anni cinquanta e scandì; “Tua e la dedico a mio marito”.

“E’ sicura che suo marito la stia guardando?” insinuò Conti con una punta di malizia.

“Sì è un tecnico RAI e mi sta riprendendo” rispose con fierezza Luisa.

Ed allora Conti sollecitò un forte applauso dal pubblico e la lanciò con il classico: “Ed ecco a voi Luisa”.

Il corpo maturo di Luisa esprimeva il massimo della femminilità a confronto con le esili vallette di Conti e la sua voce calda commuoveva Riccardo, ma anche Anselmo e Silvia che la vedevano da lontano e perfino il rude Jean.

Quando le luci del Festival si furono spente finalmente Riccardo e Luisa si ritrovarono.

Riccardo pur impegnato con le riprese si era vestito con un nero ed elegante smoking che aveva acquistato per l’occasione con camicia bianca e papillon per essere idealmente al fianco di Luisa durante la serata.

Emozionati si avviarono con naturalezza verso il mare, la luna illuminava la loro passeggiata lungo la pista ciclabile mano nella mano, ma non erano soli, altre persone variamente abbigliate seguivano: un signore in tuta verde, una signora elegante che assomigliava a Raffaella Carrà, una giovane con un camice da parrucchiera ed anche un gattone nero.

Tutti apparivano tranquilli e sereni e parevano diretti alla stessa spiaggia dove infine arrivarono Riccardo e Luisa.

L’incanto della notte stellata era fantastico e Luisa dette ancora sfogo alla sua passione canora, a lungo repressa, ripescando dalla memoria un vecchio successo di Mina: “E’ l’uomo per me”. E lo cantò scandendo le parole “è forte, sicuro di sé, ma ciò che amo in lui è il ragazzo che nasconde in sè”. Parole che mandarono in estasi Riccardo.

“Io sono forte perché ho te, sono forte per te” e così gridando la prese in braccio senza sforzo e camminò verso il mare.

L’acqua gelida gli entrava nelle scarpe e gli saliva lungo i pantaloni ma se Luisa glielo avesse chiesto l’avrebbe sollevata sopra la testa e si sarebbe immerso con tutto lo smoking.

Luisa invece sussurrò: “Baciami” e Riccardo la baciò a lungo con passione ed infine senza fiato aggiunse: “Tu sei la mia Venere sorta dalle acque anzi risorta”

Un lungo applauso liberatorio scattò dalla piccola folla che si era radunata sulla spiaggia e che aveva vissuto qualche secondo di ansia temendo un gesto inconsulto.

La felicità a volte è a portata di mano basta spostarsi un po’ dai binari consueti.

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Roberto Barbaruolo

febbraio 14th, 2013

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